Addio agli studi di settore

Gli studi di settore sono sempre stati invisi ai nostri connazionali, siano essi semplici contribuenti, imprese o liberi professionisti. Il motivo di questa larga impopolarità è del resto abbastanza comprensibile: il metodo induttivo utilizzato per stabilire il reddito del soggetto sotto la lente d’ingrandimento del Fisco ha infatti prodotto larghe distorsioni, non tenendo in alcun conto fattori di grande impatto in grado di limitare in maniera anche drastica le vere entrate in discussione.

Ora, però, arriva finalmente la notizia secondo la quale gli studi di settore siano finalmente destinati ad essere messi in soffitta e sostituiti da strumenti più aderenti alla realtà e in grado di porre perlomeno un argine ai troppi casi controversi generati dall’utilizzo dei primi da parte dell’amministrazione fiscale.

 

studi di settore

 

Alcune cifre sugli studi di settore

 

Basta dare una rapida occhiata alle cifre, per comprendere l’evidente fastidio degli italiani nei confronti degli studi di settore. Nei diciotto anni di vita di questo controverso istituto, sono state sottoposte al vaglio dell’amministrazione fiscale circa 3,5 milioni di partite Iva.

Se il 73% degli esaminati ha potuto dimostrare di produrre ricavi congrui alla propria posizione lavorativa, va però messo in rilievo come anche questi contribuenti abbiano continuato ad essere messi sotto una vera e propria spada di Damocle, in quanto anche per loro ogni anno poteva scattare di nuovo l’ispezione fiscale.

Ancora più chiaro il dato che emerge analizzando il gettito che gli studi di settore sono riusciti a garantire alle casse statali. Tra il 1998, anno in cui sono stati introdotti, e il 2015 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati), i maggiori ricavi ottenuti mediante lo spontaneo adeguamento nella dichiarazione dei redditi, ammonterebbero a circa 49,2 miliardi di euro.

Per capire meglio la sostanza della questione, basterà ricordare che secondo un report elaborato dall’Ufficio studi della Cgi, ammonterebbero a quasi 20 i miliardi di euro di tasse in più entrate nelle casse dell’erario.

Indici Sintetici di Affidabilità (ISA)

Ora arrivano gli Indici Sintetici di Affidabilità (ISA)

 

Naturalmente se gli studi di settore vanno in pensione, al loro posto arriva uno strumento che nelle intenzioni del governo dovrebbe essere in grado di eliminare le storture degli studi di settore. Si tratta degli Indici Sintetici di Affidabilità (ISA), approvati quasi all’unanimità dalla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Entreranno in vigore nell’anno di imposta 2017 e quindi ci sarà bisogno di un apposito provvedimento da parte dell’Agenzia delle Entrate entro novanta giorni dall’entrata in vigore della manovra bis.

A presentare il nuovo istituto è proprio l’emendamento, presentato da Pelillo (Pd) e Bernardo (Ap), secondo il quale i nuovi indici andrebbero a rappresentare “indicatori elementari tesi a verificare la normalità e la coerenza della gestione aziendale o professionale, anche con riferimento a diverse basi imponibili, ed esprimono su una scala da 1 a 10 il grado di affidabilità fiscale riconosciuto a ciascun contribuente».

Cosa vuole dire? In pratica le partite Iva si vedranno assegnare un voto compreso tra 1 e 10, cui andrà a corrispondere un determinato livello di affidabilità fiscale. Un regime di premialità crescente fondato su adempimenti meno impegnativi e, quindi, accertamenti meno stringenti.

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